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Partire per l’Australia sapendo di voler tornare in Italia

Quando Francesca mi ha proposto di raccontare la mia storia non ero sicuro poiché, a differenza di lei, non sono affatto uno “scrittore”. La persuasione è giunta però quando mi ha prospettato di dare una visione diversa dell’emigrazione classica nella Terra dei Canguri.

Ma per capire meglio quello che cerco di spiegare, è fondamentale fare una premessa e tornare a Dicembre dello scorso anno.

Sono Luca, un ragazzo di 26 anni che abita in una piccola città della provincia di Varese; vicino all’aeroporto di Malpensa per capirci. Lì ho la fortuna di avere una casa, un auto ed un buon lavoro che dopo alcuni mesi sarebbe diventato fisso.

A raccontarla così parrebbe la vita ideale, quella che tutti vorrebbero in Italia ma che a pochi è concessa. Non mi potevo affatto lamentare ma c’era una voglia sommersa che, piano piano voleva emergere: il desiderio di viaggiare, di conoscere luoghi lontani da casa e mettersi veramente alla prova vivendo in tutto e per tutto da solo.

Già, quest’ultimo aspetto è quello che maggiormente frena gli aspiranti emigranti. Ad oggi siamo abituati ad essere connessi al mondo: Facebook, Twitter, Instagram, WhatsApp, ecc… ed in ogni posto dove andiamo possiamo sempre fare appoggio alla famiglia, agli amici e a tutte le relazioni di conoscenti costruite negli anni.
Ebbene, partire per l’estero vuol dire, anzitutto, accettare di essere da soli e da soli bisogna cavarsela. In Australia quelle relazioni saranno solo telematiche, nulla più. E questo, specialmente per noi italiani, non è così facile da accettare.

Questo Gennaio, dopo l’ennesimo viaggio in Europa con degli amici per festeggiare il Capodanno, ritorno a casa e nel tepore del mio soggiorno mi rendo conto che quello che voglio è provare a giocare il tutto per tutto e partire. Ad essere onesti era già un annetto che leggevo racconti sull’Australia, sentivo opinioni di alcuni conoscenti che c’erano stati e mi informavo tramite i vari siti (in primis quello di Francesca) per come arrivare; quindi potei organizzarmi abbastanza rapidamente.

L’unica sicurezza, accanto alla voglia di partire, è che sarei voluto tornare in Italia dopo aver vissuto questa esperienza estera. Io in Italia mi trovo bene, nonostante i casini, la crisi economica e governi che fondamentalmente non vogliono cambiare le cose.

Ma tornando alla decisione, ora andava concretizzata. Un primo aiuto soggiunse dal manuale di Francesca sul WHV. Dico “un primo” aiuto perché è di supporto per partire avendo una migliore consapevolezza ma, una volta in Australia, quelle informazioni generiche andranno declinate ed attuate nella realtà (e farlo in lingua non è proprio così immediato). Mi servì circa un mese per trovare il volo (relativamente economico), l’ostello dove alloggiare i primi giorni, il visto e rispettare il contrattuale preavviso al lavoro.

Fu proprio quando presi da parte il titolare per consegnare la lettera di dimissioni, dopo una giornata di lavoro, che concretizzai l’impossibilità di tornare indietro. Da quel momento avevo concretamente fatto il salto verso un futuro che poteva riservare sia gioie che dolori.

Una sera di inizio Febbraio ero attorniato dagli amici più stretti mentre mi dirigevo verso il mio A380 che mi avrebbe condotto a Sydney. Una volta al gate ammetto di essermi chiesto se quella fosse la scelta giusta; i dubbi non si sarebbero mai dissolti, però la voglia di partire era tanta. Spensi il cellulare italiano e da allora non l’ho più riattivato. Atterrai a Sydney alla mattina, alle 7 avevo già lasciato i bagagli in ostello e percorrevo Market Street alla scoperta di quella città che, pensavo, mi avrebbe ospitato per diversi mesi.

Per inciso è ora di fare un’altra precisazione su di me: come già detto ho abitato per più di 20 anni in una città di provincia e, anche potendo, rinunciai alla vita milanese preferendo spararmi due ore di trasporto al giorno piuttosto che vivere nella metropoli lombarda. Non sono fatto per questi labirinti di vie che hanno grattaceli come bordature. Sydney in questo non fece eccezione. Per chi non lo sapesse Market Street è appunto la via del commercio, dei palazzi delle multinazionali e dei grandi colossi. Mi sentivo piccolo e sperduto, in che guaio mi ero cacciato?!

Fortunatamente quello stesso giorno, dopo aver quasi la nausea dell’inglese per il tanto parlarlo, conobbi un ragazzo italiano (studente naturalizzato grazie al padre australiano) che si offrì di farmi da cicerone in un tour della city. Finalmente quel complesso di vie iniziava a diventare meno ostile e la mappatura si chiariva nella mia testa.

I giorni che seguirono furono molto frenetici: dovevo acquisire le certificazioni necessarie per lavorare, stampare e distribuite i résumé (nome figo dell’italico “cv”), creare un numero australiano, attivare il TFN ed aprire il conto in banca. Questa checklist, che in Italia basterebbero due giorni per completare, in Australia dovetti affrontarla in una settimana. A parte il conto corrente, che grazie alla disponibilità di una ragazza australiana aprii in maniera molto rapida, la stesura del résumé portò via molto più tempo. Infatti il nostro “cv”, che per il 90% o forse più delle persone si basa sul modello Europass, qui in Australia non rispecchia i loro canoni e la sua blanda traduzione non è una buona via. Alla fine ci vollero quasi tre giorni tra ricerche in internet su modelli (scoprendo che non esiste uno standard), suggerimenti presenti sui libri di Francesca e sana inventiva per realizzare un documento “appetibile” di due pagine.

Nel frattempo, a mia insaputa, si stava costruendo il primo grosso problema che dovetti affrontare: lo smarrimento della Debit Card (carta bancomat, ndr). Per noi questo fattore potrebbe sembrare secondario poiché i pagamenti elettronici in Italia non sono certo agevolati (complici le banche con commissioni assurde!), mentre in Australia il “TAP” per pagare è la prassi. Dopo una settimana d’attesa constatai che la mia carta (pur dandola per spedita) non era mai giunta a destinazione. Poco male in termini di sicurezza (poiché non attiva), però molto male per me che non potevo disporre dei miei fondi! Immaginate di dovervi recare in banca e, per quanto le persone siano disponibili, dover affrontare la questione in inglese facendo presente che i soldi ci sono ma non è così immediato disporne…

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Altra difficoltà che dovetti affrontare fu l’acquisto del numero di cellulare. In Italia sarebbe di una banalità assurda: vai in un centro e loro fanno tutto. Anche qui funziona esattamente allo stesso modo ma, poiché l’ostello era in periferia e non avevo vicino alcun centro, dovetti acquistare una sim card al supermercato. L’attivazione in questo caso dovetti farla per via telematica (quindi trova un hotspot free) e poi, sempre in inglese, prima compila il form (baggianata) e poi chiama il centro attivazioni districandoti tra la voce elettronica dei passaggi guidati e l’operatore scocciato (meno baggianata).

Non fraintendetemi, tutte cose che ad oggi con l’esperienza farei in mezzo pomeriggio, ma che all’epoca non erano così immediate: vuoi per le novità, vuoi per la lingua, vuoi per le procedure diverse. Un’altra verità è che, almeno per me, nel primo periodo essere attorniato da persone con le quali comunichi solo in inglese (senti e parli solo questa lingua per tutto il giorno tutti i giorni) e gli svariati km di marcia con lo zaino (non avendo gli armadietti in ostello) mi portava a giungere a sera del tutto fuso!

Ma torniamo sul fronte lavorativo. Mentre svolgevo le mie ricerche per realizzare un cv decente (scusate ma chiamarlo résumé mi viene ancora difficile), spesso mi perdevo nei meandri del web scoprendo l’enorme burocrazia che c’è dietro all’Australia (ecco perché ci volle tanto tempo). Infatti lavorare in Australia richiede, oltre al visto (e questo è ok), una serie di certificazioni e card/licence a seconda della tipologia di lavoro. Faccio alcuni esempi. Come per molti aspiranti immigranti, anch’io presi in considerazione i lavori nel campo dell’hospitality (bar, pub, ristoranti, …). Ebbene, vuoi servire ai tavoli (in un ristorante che offra alcolici, ovvero TUTTI) o spillare birra, o anche solo per il fatto che transiti a fianco delle bottiglie alcoliche, ti serve l’RSA. Vuoi fare il barista (ovvero preparare caffè), ti serve fare il corso per barista e poi gli aggiornamenti da tutti i fornitori di caffè. In questo caso è bene dire che in Australia il caffè può essere servito in poco più di 20 maniere diverse ed è reputata un’arte. Vuoi pulire? Oltre a dover avere tutta la dotazione (se non ti appoggi ad un’agenzia), devi anche disporre di corsi sulla sicurezza, specie se lavori al di fuori delle case. Altra possibilità, da molti sfruttata, è il lavoro nelle costruzioni. In questo caso bisogna dotarsi di White Card; se i cantieri poi prevedono strade circolabili serve la Blue Card; e se il lavoro è connesso all’industria può anche essere richiesta la Red Card. Per i mezzi quali escavatori, muletti, sollevatori ecc… servono certificazioni separate (e magari più di una a seconda dell’attrezzatura: benna, ganci, forche, piattaforme). La cosa poco simpatica è che non tutte queste certificazioni sono riconosciute e valide in tutti gli stati. Ad esempio l’RSA rilasciata da NSW non è valida in Victoria. Quindi vuoi trasferirti da Sydney a Melbourne? Paga i nuovi certificati. (ndr – l’Australia è suddivisa in stati e ogni stato ha la propria legislazione e le proprie regole)

Apro una piccola parentesi polemica. La cosa che mi fa un po’ pensare è che tutte queste certificazioni sono erogabili solo da centri autorizzati e, poiché essenziali, ti obbligano ad affidarti a loro per mettersi in regola ed essere accettati nel mondo del lavoro. Ora, in Italia talvolta si sente di dover conoscere “l’amico dell’amico che ha un amico”, qui essendo di stampo British mi sorge il dubbio che abbiano legalizzato “l’amico” chiamandolo licence. Chiusa parentesi polemica.

Con l’avanzare delle settimane mi rendevo conto che il mio desiderio di poter far esperienza nel mio campo (controllo di gestione) era una strada a tempo perso per due ordini di motivi: uno, con un visto che pone un limite massimo di 6 mesi di lavoro con lo stesso datore nessuno ti considera; due, gli australiani prima prendono diplomati/laureati in Australia e poi, forse, gli altri. Nonostante ci sia una forte spinta governativa all’accettazione delle diversità e, pur essendo Sydney la città più multiculturale al mondo con oltre 400 etnie (così raccontano), ho assistito diverse volte a scene poco simpatiche nei confronti di senzatetto, “neri” o mussulmani (specie dopo l’attentato). E dire che l’accoglienza sembrava un punto forte.

Dopo due settimane avevo già distribuito oltre 100 cv ma, complice la bassa stagione, la mia esperienza molto di base ed il mio inglese universitario mancante degli slang e di quell’effetto fluente tanto caro a quelli di madrelingua, non mi portarono nulla di concreto; giusto dei lavorettini “casual”. Sapevo che non sarebbe stato facile ma qui le cose si complicavano perché Sydney non è una città economica se non si dispone di entrate settimanali fisse.

Ecco una cosa che chi vuole partire è bene tenga sempre presente: devi sempre avere un piano alternativo che possa essere attuato se il principale non dovesse funzionare. La vita qui, specialmente all’inizio, è un continuo stare sul chi va là e non ti permette di abbassare mai la guardia.

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Fortunatamente, forte del fatto che per me sarebbe stata solo un’esperienza e non avevo la voglia di trasferirmi qui, potei optare per il piano B che mi ero preparato: il wwoofing. Almeno, nella mia testa, credevo di fare una buona scelta portandomi avanti per rinnovare il visto. La scelta di affidarsi al wwoofing fu presa più che altro perché era la via più semplice per chi, come me, non disponeva di un’auto (né volevo sobbarcarmi i costi relativi per vivere questa esperienza).

Il wwoofing è una sorta di programma per il quale si scambiano 4 ore di lavoro (fino a massimo 24 ore/settimana) in cambio di vitto ed alloggio. Nel mio caso trovai una soluzione a Kangaroo Island, a sud di Adelaide: lavoro facile, non pesante, immerso nella natura e tra i canguri. Note negative: accomodation pessima! Mentre svolgevo wwoofing mi capitò di rileggere alcuni tratti del libro di Francesca e, come loro, mi sorse la domanda: “Perché lo sto facendo? Mi interessa veramente rinnovare il visto?“. La risposta era una e semplice: “No”.

Per chi volesse emigrare (definitivamente), tenga presente che il Working Holiday Visa è solo una strada provvisoria e temporanea che deve per forza evolversi in altro: student (vedi storia Immigrata Allo Sbaraglio), temporary job, sponsor, ecc…

Dopo questa presa di coscienza era giunto il momento di riprogrammare il piano B e portarlo al livello successivo: B 2.0

L’altro motivo per il quale volli affrontare l’esperienza all’estero era la consapevolezza che il mio inglese universitario poteva andare bene per scambiare quattro chiacchiere al bar, ma dal punto di vista business doveva maturare ed accrescere sia come vocabolario che come slang. Così, dopo varie ricerche notturne, trovai un bel corso di Business English promosso dall’Università di NSW.

La decisione fu immediata: investire un po’ di soldi su questo fronte tornando a fare lo studente. Siccome il corso sarebbe partito solo il mese successivo, avevo ancora a mia disposizione un po’ di tempo che investii in un tour con un’auto noleggiata di Kangaroo Island (una sorta di Little Australia, merita tantissimo!) e poi in un soggiorno a Melbourne e Great Ocean Road, in casa di un’amica conosciuta durante il wwoofing.

Ad oggi, che scrivo dalla mia stanza di Sydney, posso confermare che comunque vada questa è stata la più grande esperienza della mia vita. Dal punto di vista linguistico c’è stata una progressione notevole che mi permette, ad oggi, di uscire con ragazzi stranieri senza alcuna difficoltà; il mio vocabolario è in continuo aggiornamento e come persona guardo al futuro con grandissima fiducia, forte del fatto di “essermela cavata”.

Nonostante l’ottimo clima, le sempre maggiori relazioni e il crescente interesse per l’estero, rimane immutata l’idea di tornare in Italia, quindi sul finir dell’estate italiana riprenderò l’aereo che mi porterà nuovamente nel paese natale. Magari dopo aver fatto una bella gitarella nel nord dell’Australia.

Volutamente, per chi non l’avesse notato, ho usato il termine “paese natale” e non “casa” poiché il più grande insegnamento che ho potuto trarre da questa esperienza (e del quale beneficio ancora oggi) è

la consapevolezza che “casa” non è un luogo bensì è una qualsiasi situazione nella quale ci si possa trovare e che si è capaci di ricondurre alla propria serenità.

Ammetto che non sia tutto facile e che le difficoltà le si incontrano anche qui, forse sotto diverse spoglie, ma per chi avrà il coraggio di partire (che sia Australia, America, Cina o dovunque voglia) consiglio di farlo con grande forza di carattere, determinazione e voglia di mettersi in gioco al 100%. Allora avrete tutte le carte (quelle realmente importanti) per trarre il massimo dall’esperienza e dalla vita.

Per me è stata la scelta giusta? Non lo so, un grande idealista, un certo Steve Jobs in un famoso discorso a Stanford, raccontava che i puntini non si possono connettere guardando in avanti ma che li puoi unire solo guardando alle spalle e per me è ancora presto. Certo c’è un’intuizione che mi porta a credere che questa sia stata la strada giusta per il mio futuro.

Grazie a tutti per la pazienza dimostrata, se siete arrivati a leggere fino a questo punto, e grazie a Francesca che con la sua storia dimostra che i sogni si realizzano per chi ha il coraggio di dotarsi di ali per volare.

Grazie a Luca per essersi preso numerose ore di tempo e per aver scritto la sua esperienza e il suo punto di vista sull’Australia. Naturalmente questo è quello che ha vissuto lui, ognuno di noi emigrante percepisce e vive le cose in modo diverso, raccoglie certi tipi di informazione e prende certe decisioni. Non esiste un giusto o un sbagliato. Si può essere d’accordo al 100%, parzialmente o per nulla ed è questo che vorrei trasmettere pubblicando storie ed esperienze di altre persone oltre a me: non esiste un solo modo, non c’è “fare meglio o fare peggio”. Non c’è l’Australia bella o l’Australia brutta. Esiste l’Australia che ognuno di noi vive attraverso il nostro essere, la nostra personalità e il nostro vissuto. Non si può giudicare quello che decidono gli altri. Si può però scegliere di avere la mente e il cuore aperti per accogliere brevi tratti delle vite di altre persone e fare tesoro di questi brevi pezzettini di storia.

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3 thoughts on “Partire per l’Australia sapendo di voler tornare in Italia”

  1. pino says:

    senti ma con il taipan e lo scorpione quello grosso ci hai avuto a che fare ancora?

  2. Pamela says:

    Ciao Luca,
    sono Pamela da Ascoli Piceno. In questo momento mi trovo a Sydney, è la mia seconda settimana e sto facendo la ragazza alla pari in una famiglia, ma, proprio come te, ho tanta nostalgia dell’Italia e sto vivendo quest’esperienza con la consapevolezza di voler tornare a casa. Mi sono trovata catapultata da un piccolo paesino ad un’immensa realtà. Dovrei lasciare la mia attuale host family nel giro di qualche settimana. Hai qualche consiglio da darmi per il mio prossimo lavoro? Sono tentata a prendere l’aereo e tornare ma vorrei portare a termine ciò che ho iniziato…sono combattuta. Mi farebbe piacere parlare con te ;)

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